mercoledì 22 agosto 2012

A PROPOSITO DEL CARDINALE BAGNASCO (segue)

Viviamo tempi molto difficili: la crisi che ci attanaglia non è congiunturale e neppure strutturale: è epocale, purtroppo. Ed è per questo che non credo che eventuali ricette possano arrivare né dal mondo dell’impresa, il cui spirito è stato distrutto da cinquant’anni di statalismo, né, tanto meno, da quello della finanza che, semmai, della crisi rappresenterà (lo sta già rappresentando, per dir la verità) il detonatore finale. E neppure dalla politica avvelenata che una democrazia terminale ha reso ostaggio del mostro burocratico, cioè la più potente e oscura delle caste.
Se le cose stanno così (e stanno così, basta tenere gli occhi aperti su quello che avviene), quella parte non trascurabile di popolo dedito alla ricerca d’una prospettiva di speranza, che le permetta di uscire dalla disperazione o anche solo dalla depressione cronica, ha diritto di poter cercare una risposta altrove. Viviamo in uno stato laico e, diciamo pure, in una dimensione laicista ormai diffusa, ed è a tutti evidente che la Chiesa è solo una delle tante voci presenti nella società, per quanto prestigiosa, e appare assurdo che si metta in discussione il suo diritto di esprimersi compiutamente al pari di ogni altra. Che senso ha tuonare contro il papa, il cardinale e i vescovi (salvo osannarli quando fa comodo) allorché parlano dei fondamenti del cristianesimo, mentre si continuano a spendere fiumi di danaro pubblico e a mobilitare tutte le reti televisive per magnificare e rendere edotto il pubblico sul significato rituale dei tatuaggi dei Maori, continuando ad insistere sulla favola ormai stucchevole oltre che falsa del buon selvaggio, inventata quasi tre secoli fa da Rousseau? Del resto, al giorno d’oggi qualunque sconvolto che si alzi al mattino con la “sua verità” da rivelare e promuovere (preferibilmente una nuova tendenza sessuale) ha diritto di ascolto mediatico. Ma prova a parlare dei dieci comandamenti, del valore della fedeltà coniugale, del senso del peccato e di quello del perdono (inteso come scelta privata, non come gesto da esibire e gridare ai quattro venti come esige il politicamente corretto): neanche il più periferico dei municipi sarà disposto a concederti una saletta per discuterne pubblicamente e potrebbe anche capitarti di venire adocchiato da un burocrate zelante dell’AUSL o dei servizi sociali pronto a disporre per te un TSO (Trattamento Sanitario Obbligato, per i non iniziati).
Tornando all’ultimo discorso del presidente della CEI, mi pare chiaro che esso sia dettato dalla contingenza del momento, cioè dal pessimo spettacolo offerto dalla politica davanti al collasso dell’economia e della vita sociale, tuttavia giudico perlomeno arbitraria la sicurezza di coloro che identificano in Silvio Berlusconi l’unico bersaglio del suo “sbigottimento di fronte al livello culturale e morale”, come se il cardinale Bagnasco non fosse in grado di ricondurre alla dimensione umana l’entità surreale dei peccati attribuiti al premier, e fosse, al pari di tanti altri soggetti a corto di argomenti, a caccia di un capro espiatorio su cui far ricadere tutti i mali della nostra società. Certo, da sacerdote, avrà inteso riferirsi anche ai vizi privati del nostro presidente del consiglio, diventati socialmente riprovevoli da quando sono di dominio pubblico; ma si fa torto alla sua intelligenza se non si capisce che il suo turbamento e il suo biasimo si estende a tanti altri aspetti della politica e della società e a tanti altri comportamenti poco edificanti, anch’essi di dominio pubblico. Magari anche ai metodi di lavoro di certi magistrati che trascurano il loro fondamentale dovere di combattere la criminalità (e quale criminalità!) per inseguire e spiare con sistemi maniacali e persecutori che non hanno uguali nel mondo intero i vizi privati di un solo uomo, che se fossero rimasti confinati nella dimensione privata, come sarebbe stato logico e giusto, avrebbero dovuto riguardare soltanto il futuro della sua anima.
Penso che continuerò a leggere con interesse i prossimi interventi del cardinale Bagnasco, augurandomi che egli vada presto oltre al giusto sdegno per lo spettacolo indegno offerto dalla politica e individui un modo efficace per farsi Pastore anche di coloro che oggi sono lontani dalla Chiesa. Certo sarà difficile, come dice lo stesso cardinale, “rompere il determinismo dell’immanenza” e tornare a parlare di Dio ad una umanità che si trascina “in un’amarezza dichiarata, in un risentimento talora sordo, in un cinismo che denuncia una sconfortata rassegnazione”, ma non è forse la speranza nell’uomo, al pari della fede e della carità, una grande virtù cristiana?   (Miriam Pastorino, 6 ottobre 2011)



A proposito del Cardinale Bagnasco, articolo

Desidero fare alcune considerazioni in appendice al recente discorso del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio della CEI e alle tante reazioni (forse troppo sbrigativamente sdegnate o strumentalmente osannanti) che esso ha suscitato sulla stampa e su internet.
Sono tra coloro che ascoltano sempre con interesse quanto ha da dire papa Benedetto XVI e mi rammarico quando i suoi discorsi vengono mutilati o annacquati e perfino ignorati a seconda delle convenienze di parte. E aggiungo che, non di rado, presto attenzione anche alle parole del cardinale Bagnasco. Lo faccio da quando, anni fa, nel corso di un convegno al Quadrivium, l’ho sentito esporre un’analisi lucida e molto precisa dei mali del nostro presente, tutti riconducibili al pensiero nichilista, ossia alla disperazione e all’idea dell’onnipresenza della morte che arrivano puntuali alla fine delle false speranze suscitate dalle ideologie, le stesse che hanno imperato e travolto gli uomini soprattutto nel secolo appena trascorso.
Viviamo tempi difficili: la crisi che ci attanaglia non è congiunturale e neppure strutturale: è epocale, purtroppo. Ed è per questo che non credo che eventuali ricette possano arrivare né dal mondo dell’impresa, il cui spirito è stato distrutto da cinquant’anni di statalismo, né, tanto meno, da quello della finanza che, semmai, della crisi rappresenterà (lo sta già rappresentando, per dir la verità) il detonatore finale. E neppure dalla politica avvelenata che una democrazia terminale ha reso ostaggio del mostro burocratico, cioè la più potente e oscura delle caste.

sabato 11 agosto 2012

IN VIAGGIO VERSO IL NULLA VESTITI DA PAGLIACCI (segue)


Immagine tratta da internet 
Quella moda, che seguiva lo stile folk-zingaresco che aveva accompagnato tutta l’epopea del femminismo militante, ebbe straordinaria presa nell’ambiente così detto “intellettuale di sinistra”, in particolare quello che ruotava attorno agli assessorati alla cultura, alle università e al mondo della scuola in generale. Eserciti di pedagogisti e di docenti, esperti della programmazione didattica e della psicologia infantile, formatori, ricercatori ed assistenti di ogni specie, tutti aderenti a quella stessa area politico-culturale, si trasformarono rapidamente in altrettanti manovali o aspiranti clown. Contemporaneamente all’abito mutarono anche atteggiamento e linguaggio. Benché nessuno tra essi avesse mai svolto un lavoro manuale, gli improvvisati “proletari” adottarono un frasario sgrammaticato, gravido di intercalari volgari e presero a mimare gesti osceni, imitando quello che ritenevano essere un perfetto stile “fronte del porto”, mentre i “pagliacci” – non si sa fino a che punto per spirito di gregge o per autentica inclinazione – assunsero l’espressione fissa e perennemente stranita tipica di certe maschere del circo.
Quella metamorfosi improvvisa poteva apparire stupefacente e incomprensibile. Si trattava di gioco, di fragilità di carattere, di incertezza d’identità o di qualcosa d’altro? In verità, tutte queste ipotesi potevano ritenersi praticabili. Per quanto alcuni di quei “giovani” fossero ormai vicini ai quarant’anni, tutti indistintamente concepivano la vita come un eterno parco dei divertimenti, dove la loro personalità “costituzionalmente anticonformista e predisposta a ogni genere di nuove esperienze”, come essi pomposamente proclamavano, poteva dispiegarsi liberamente in tutte le direzioni.
Pure, per rispondere a quell’interrogativo, si poteva formulare un’altra ipotesi che, in realtà, era un’altra domanda: e se tutto quello a cui si assisteva, e cioè l’incredibile e insensata involuzione comportamentale di tanti nostri simili, giovani uomini e donne, impegnati in ruoli spesso di grande responsabilità, non fosse stato un fenomeno superficiale ed effimero ma facesse parte di un disegno più grande concepito da un unico, ristretto gruppo di artefici che, pur operando nell’ombra, era perfettamente in grado di perseguire un diabolico fine?
Domanda strana, ma non troppo per chi viveva nell’ambiente della scuola e non era disposto – come chi scrive – ad abdicare alla dignità della persona, che si esprime anche nella decenza dell’abbigliamento e del linguaggio, per adeguarsi alla scempiaggine dilagante di una moda demenziale e a cui, dopo attenta riflessione, non era sfuggito come i modelli deboli e marginali del pagliaccio e del proletario, così rapidamente e entusiasticamente assorbiti da tanti pedagoghi della New Age nostrana, fossero perfettamente strumentali alla caparbia volontà – anche questa, a prima vista, incredibile – di distruggere la scuola, già sistematicamente perseguita attraverso la politica degli assessorati, l’insegnamento devastante di tante cattedre universitarie ed una legislazione lontana anni luce dalle regole minime del buon senso.
Secondo questa chiave di lettura, gli atteggiamenti imposti con l’immediatezza e la prepotenza di una moda uniformante potevano intendersi come un ulteriore e formidabile condizionamento operato subdolamente attraverso la ripetizione meccanica di gesti e linguaggi stereotipati che, per via associativa, si identificavano con un determinato abito-costume, in questo caso il pagliaccio, colui che vive perennemente in una dimensione ludica, ed il facchino, cioè il proletario per antonomasia.
Ma quale sarebbe stato il destino degli allievi se i rappresentanti di queste categorie salivano in cattedra, sia pure attraverso certi loro approssimati imitatori, in luogo dei veri maestri? La risposta non poteva essere che tragica: private di una vera educazione e condizionate dal predominio dell’istinto sulla razionalità, le vittime di questo stato di cose sarebbero cresciute fragili e sprovvedute, assolutamente incapaci di opporre qualsiasi resistenza ai prepotenti che prima o poi sarebbero arrivati per condurle al macello; forse gli ispiratori di quello stesso, ipotetico progetto dissolutorio.
Si trattava di ipotesi plausibili anche se, nel momento dell’esplosione di quella moda, non era facile comprendere le cose fino in fondo.
Nello sforzo operato per penetrare i misteri di questa realtà detestabile era indispensabile proseguire nel lavoro di immaginazione.
Se davvero esisteva un progetto occulto per destrutturare la nostra società e, attraverso esso, la civiltà così come noi Occidentali la intendiamo e se questo progetto si avvaleva di tutti i mezzi, ivi compresi quelli frivoli ma assai efficaci della moda, quale sarebbe stata la prossima mossa sul fronte, un tempo inoffensivo, dell’abbigliamento giovanile?
La risposta, in fondo non era difficile. Già nel 1982-83 bastava guardare a cosa viene nella scala sociale convenzionale, subito dopo il facchino e il pagliaccio, per conoscere le tendenze della moda per i successivi dieci anni.
Il barbone, il carcerato, il mentecatto, naturalmente e, volendo spaziare nell’esotico, il selvaggio: tutti questi modelli dovevano costituire per forza la fonte da cui avrebbero tratto ispirazione.
Gli abiti stracciati dell’accattone, i tatuaggi da reduce della Caienna, gli orecchini labbro-naso simbolo di una primitività ferina, gli indumenti strapazzati e informi, indossati nell’ordine invertito tipico degli alienati che, appena apparvero sulla scena furono considerati il frutto esclusivo della fantasia impazzita degli “stilisti” e che in tutti questi anni sono diventati tendenza giovanile dominante, marchio indelebile e cifra inconfondibile del nostro tempo, facevano in realtà parte di un campionario preciso, disegnato chissà quanto tempo prima da chi nell’ombra progettava un futuro regressivo per la nostra civiltà. Essi costituivano il pret a porter ideale, per non dire inevitabile, di un’epoca post-civile e post-umana che, alla luce di questa sconvolgente scoperta, finalmente appariva per quello che in realtà è: non già il destino ineludibile del progresso tecnologico e del benessere diffuso ma il lucido disegno ideologico, il progetto intelligente, seppure perverso, di una corrente filosofica involutiva i cui deviati e devianti profeti, a ben guardare, potevano essere individuati per nome e per cognome nei testi della storia recente del pensiero occidentale.
Siamo ai nostri giorni e, ancora osservando quanto di apparentemente insensato e incomprensibile sta accadendo attorno a noi, possiamo anticipare quella che sarà (anzi già è) la successiva posta del gioco a cui mirano i sinistri ispiratori di questo totalizzante progetto regressivo che, solo ora, mentre si evolve, rivela la tremenda portata della sua natura.
Lo stesso individuo che attraverso l’abito indossato – oltre, beninteso, a tutti gli altri condizionamenti negativi assorbiti attraverso i nuovi modelli educativi familiari e sociali – avrà acquisito, di volta in volta, per un meccanismo associativo tanto rudimentale quanto efficace, l’identità marginale e vulnerabile, ferina e pavida del reduce dal bagno penale, dell’alienato mentale, del primitivo e del mendicante, diventando di conseguenza incapace – come i suoi modelli – di organizzare autonomamente la propria vita e di progettare un qualsiasi futuro non parassitario, si troverà inevitabilmente indifeso di fronte alla violenza dell’ultimo attacco che sarà quello decisivo e che ancora una volta arriverà mutuato attraverso l’imposizione di un’altra orrida moda generazionale rappresentata dall’offerta, prima mascherata, timida o underground poi prepotenze e diffusiva, di un ricco campionario del suicidio individuale e collettivo.
L’ultimo atto è già in scena e ha cominciato a mietere le sue vittime tra i soggetti più esposti ai nefasti influssi delle tante mode invasive di cui si è parlato.
Le stragi del sabato sera e le sette suicidiarie, l’anoressia e le auto come camere a gas, certi giochi di ruolo, le fughe senza ritorno, l’attrazione fatale esercitata dal vuoto costituiscono la nuova, per ora solo debole ed occasionale offerta di modelli di vita intesa come morte che si pone accanto a quell’altra ormai radicatissima, ancorché mascherata perché differita, rappresentata dalla droga.
E anche per quest’ultima tragica passerella è già pronto il campionario ideale, quel look demenziale-satanico che già serpeggia sotterraneo per tutta la moda – ancora dilagante – del multiforme stile alienato-marginale, pronto a prenderne il posto nel momento opportuno e a cui, per altro, è perfettamente conseguente e congeniale.
Tutto questo mentre i considerati “grandi esperti del pensiero contemporaneo”, filosofi e scienziati, esperti del costume e critici di ogni genere battono la grancassa del nuovo umanesimo delle favelas e cantano il mito dell’aborigeno ritrovato, pronti a magnificare tutti i miti e tutti i riti dell’Oriente e a bruciare di commozione e di rimpianto per l’inarrestabile tramonto delle ultime etnie della savana con l’unico occulto e fraudolento scopo di imporre l’oblio definitivo della nostra civiltà, della nostra cultura e delle nostre tradizioni. Quella civiltà classica greco-romana e poi cristiana che fu grandiosa e splendida come nessun’altra. Quella cultura che fu vitale e fertile e sempre progressiva, finché mantenne intatto l’orgoglio di sé e la consapevolezza del suo immenso valore. Quelle tradizioni che da sole potrebbero, una volta rivisitate e aggiornate, aiutarci a trovare, magari più rapidamente di quanto si possa credere, la strada per la rinascita dalla crisi morale che ci sovrasta e che, penetrando nella nostra mente per tutte le vie, ivi compresa quella di una moda capace di forgiare un’identità negativa, chiude l’intelligenza, blocca la volontà, sterilizza e disumanizza. Una crisi che non è economica né istituzionale, come si pretende, ma pura crisi di pensiero. Pensiero paralizzato, da liberare al più presto.
(Miriam Pastorino)




sabato 11 aprile 2009

* MUSICA AL CASTELLO DI NERVI CON IL COMPOSITORE ROBERTO TAGLIAMACCO


"Una chitarra, un pubblico ristretto di appassionati ascoltatori, alle pareti tele raffinate; un vero e proprio salotto settecentesco in cui le arti si incontrano, i suoni e le parole si fondono. Vogliamo proseguire con questa immagine fuori dal tempo, godendo del panorama che da quel salotto si ammira: il mare aperto della Liguria, da Portofino a Capo Mele, un'immagine indescrivibile e unica, un lustro per i genovesi, una folgorazione per chi genovese non è. Ecco, tutto questo si vive ancora oggi al Castello di Nervi, quella costruzione rosa con tanto di torre che domina il piccolo borgo marinaro con barche e gabbiani... Un affascinante spazio pubblico, aperto a chi ama l'arte, a chi la fa e a chi semplicemente la ammira: tutto per far scoprire e far conoscere i talenti nascosti della nostra città, che sono tanti e che spesso non vengono fuori... Nel tardo pomeriggio di mercoledì è stato organizzato il primo incontro musicale del Castello, con l'esecuzione di alcuni brani del compositore Roberto Tagliamacco, anche lui genovese, interpretati con intensità e dolcezza dal chitarrista Massimo Traffano ed introdotti dal professor Armando Fossati. Una musica particolare, quella di Tagliamacco, che prende nota dell'avanguardia del secondo novecento ma quasi la ignora, tornando invece alla consonanza, alla melodia, alla gioia del suonare, tutto questo senza alcuna banalità o semplificazione compositiva. E che ha avuto nel castello la più suggestiva platea."
(dall'articolo di Barbara Castellini pubblicato su "Il Giornale" il 16 novembre 2008)
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